ESCLUSIVA- Raffaele Sollecito: “Ricomincio da Parma, ecco come”. Le sue parole sul caso Meredith, il carcere, le prove inquinate e le ingiustizie

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di Francesca Devincenzi e Arianna Belloli

Trentatre anni, di cui quattro rubati dal carcere. Un’esperienza alle spalle che non si dimentica. Una vita che sta cercando di recuperare attraverso il lavoro che lo appassiona, un blog e un libro in cui denuncia le ingiustizie giudiziarie italiane.

Ora Raffaele Sollecito lavora per un’azienda, Memories IT Company. Ha creato insieme ad amici un portale di servizi, SunTickets.it, che si occupa del matching fra esigenza del cliente e commerciante. Un servizio innovativo, 4.0 si può dire, che utilizza droni e web.

Raffele Sollecito ha passato quattro anni di carcere perché accusato dell’omicidio in concorso di Meredith Kercher nel novembre del 2007 quando poco più che vent’enne si stava laureando in ingegneria informatica. Ora Raffaele vuole ripartire da Parma dove da poco si è trasferito a casa di amici in zona via Bixio.

Parla come un avvocato o un Pubblico Ministero. Termini precisi, ricostruzioni accurate e dettagliate che fanno capire i tanti anni passati a leggere e rileggere i verbali, le dichiarazioni, le ricostruzioni. Anni di studi, pensieri, sforzi nel cercare il tutto possibile per uscire da quel carcere di Capanne prima e Terni dopo.

Ride a tratti. E’ anche ironico nel ripercorrere la sua storia. Si definisce un “pirla” per come si è consegnato alla Polizia da solo. Alle domande risponde con la tranquillità di quello che ha ripetuto una miriade di volte la storia. E’ sereno ma a tratti si percepisce l’ombra dei suoi pensieri quando le domande lo riportano a quei primi giorni di indagini, quei giorni di forte pressione psicologica, di “tortura”. Parla come se fosse normale quello che sta raccontando ma si sente la rabbia nella sua voce quando i suoi pensieri tornano al processo, ai giudici, agli avvocati, investigatori, ai tanti errori.

Raffaele, partiamo dalla fine. SunTickets.it (www.suntickets.it) cosa è, come nasce?

“Mi sono laureato in ingegneria informatica, triennale a Perugia, specialistica in visual computing a Verona, ma avvertivo l’esigenza di lavorare libero, non chiuso in ufficio, di potermi spostare.

E il web è ideale per questo, il tuo ufficio è un server, lavorando sul virtuale non hai vincoli fisici in un ufficio. Da li è nato Memories IT Company, che ha creato per primo il portale beonmemories.com, che si occupa di inviare corone di fiori ai defunti: se un parente da Milano vuole recapitare una corona di fiori ad una Cappella di Bari, pensiamo a tutto noi. Consegnando poi un servizio fotografico al cliente per valutarne la soddisfazione”.

Poi, suntickets.it

“SunTickets nasce dalla collaborazione con alcuni amici di Parma. E’ un sistema che si occupa di prenotare servizi, dall’ombrellone in spiaggia al posto al ristorante. Tramite droni fotografiamo gli esercizi in cui sono offerte le prenotazioni, poi il cliente può scegliere di volere il tal ombrellone, il tal posto al bar o al ristorante, le date e le modalità, compresi i servizi connessi. Pagamento con carta di credito o PayPal. Semplice, immediato, sicuro”.

Ma perché ha deciso di trasferirsi a Parma?

“Per caso. Ho alcuni amici che mi ospitano. Qui c’è il socio con cui collaboriamo per suntickets.it. E’ una città che mi piace, rispettosa, un po’ altera ma a portata d’uomo. Ho iniziato a bazzicarla a ottobre – novembre, da un mesetto ci vivo e mi trovo bene”.

Come l’hanno accolta i parmigiani?

“Come il resto d’Italia. C’è chi mi guarda male, chi mi stringe la mano e mi dice che sono vittima di un caso giudiziario. Chi è incuriosito dalla popolarità che mi ha dato questa vicenda, ma nessuno a Parma mi ha mai trattato male, offeso o preso a male parole. Sto bene qui”.

Ha anche un blog: raffaelesollecito.org, sottotitolo “the long path through in justice” (il lungo sentiero attraverso l’ingiustizia).

“Lì racconto la mia vicenda giudiziaria, corredandola con tutti i documenti: dispositivi della Procura, pareri dei periti di parte, analisi dei Ris. Tutto ciò che riguarda la mia vicenda giudiziaria. Tra processo, condanna in primo grado, assoluzione in Appello poi cancellata dalla Cassazione, nuova condanna in Appello bis e assoluzione in Cassazione ho sostenuto quasi 300 udienze. Sempre presente, sempre lì a dire la mia verità”.

Si considera vittima di una ingiustizia giudiziaria?

“Il processo in Tribunale è sempre plasmabile e piegabile. Il giudice le cose più palesi non può ignorarle ma spesso lo fa e allora devi aspettare che il collega, un altro giudice, nel prossimo grado abbia il coraggio di dire che il suo collega precedente ha sbagliato.

C’è  gente più sfortunata ok, innocente che non è uscita, ma noi dovremmo far sì che le ingiustizie non avvengano proprio. Ci sono molti innocenti in carcere? Non è che questo deve essere normale, “va bene”. Non va bene per niente.

Ho fatto 4 anni di carcere. 6 mesi di isolamento e 3 di carcerazione. Ho dei ricordi molto tristi perché mi sono reso conto che i carceri italiani in realtà sono un modo per mettere nell’angolo la spazzatura. Quando entri vieni abbandonato a te stesso. Rimani in una stanza di due metri per tre e voi pensate bene che stando 22 ore minimo lì dentro non c’è recupero. Sono solo 2 le ore d’aria che non è altro che una cella più grande all’aria aperta, anche se a volte ha pure una rete. Fatte queste due ore di passeggiata in giro tondo, tu sei quasi 22 ore minimo in uno spazio di 2 metri per 3. Se lo facessi al tuo cane penso che non la prenderebbe bene. Pensa un essere umano”.

Come passava il tempo?

“Si può leggere. Libri che comunque devono passare i controlli, non puoi leggere quello che vuoi. Oppure se hai i soldi te lo compri e te lo portano. Ma è ovvio che non tutti hanno i soldi, è un cane che si morde la coda. C’è una biblioteca ma ha dei libri vecchissimi.

Alla fine si raccontano un sacco di falsità sulle carceri, si parla di riabilitazione e rieducazione ma non si fa assolutamente nulla. Ci sono una serie di palliativi come andare a teatro a vedere un film. Ti fanno vedere un documentario. Cioè, io sto 24 ore su 24 in cella a rompermi le scatole e secondo te ho voglia di vedere un documentario? Purtroppo i servizi sociali vengono da un mondo diverso. Perché il mondo dentro il carcere è completamente diverso da quello che c’è fuori. Purtroppo c’è un muro tra i due, un muro enorme che è quasi invalicabile perché non c’è dialogo. La gente che sta fuori pensa che tutti i detenuti siano gente da defilare. E i detenuti sentendosi completamente ghettizzati dall’esterno pensano che non ci sia nessuna ragione per essere interessati a quello che l’esterno ha da dire loro”.

Pausa.

“La nostra giustizia sembra un po’ un terno all’otto. Se gli investigatori hanno abbastanza prove va bene se no mi invento la balla che ho abbastanza indizi e lo tengo dentro perché ormai deve andare così. No. Non può funzionare in questo modo. In questo sistema ci sono persone innocenti che escono dopo tanti anni, chiedono un indennizzo allo Stato e questo ti risponde: “no adesso sto pagando troppi indennizzi, non ho soldi”. E’ un controsenso, cercano di tappare i buchi in qualche modo ma non ci riescono.

A me spetterebbe il massimo di indennizzo per gli anni che ho fatto (516.456,90 euro, ndr). Ma il massimo non coprirebbe nemmeno le spese che ho dovuto affrontare. Io mi sono indebitato parecchio, ho pagato avvocati e consulenti. Ma chi non può? La mia famiglia ha venduto due appartamenti, mio padre fa il medico chirurgo e non se la passa come un operaio, ok, ma siamo una famiglia nella media, non ricca. Di certo non potevamo permettercelo. A un certo punto siamo stati presi dalla disperazione, sapevamo che a livello mediatico stava esplodendo una bomba e non sapevamo come affrontare la cosa. Abbiamo preso degli avvocati ma più andava avanti più li vedevamo incerti sul da farsi, quindi ci siamo rivolti all’avvocato Buongiorno. L’avvocato per darci una risposta ci ha messo 5 mesi perché voleva esaminare il caso. Voleva sapere chi difendeva e se in fondo dicevo falsità o meno. Dopo 5 mesi ci ha detto sì ma gli abbiamo detto che non potevamo affrontare le sue parcelle. Lei ha clienti come Totti, i Savoia, non c’è paragone con le nostre capacità finanziarie però dovevamo provarci. Ci siamo indebitati ma dovevamo provarci. Lei è stata gentile a permetterci di posticipare i pagamenti. In totale abbiamo speso quasi 1 milione e 300 mila euro. Molti soldi li abbiamo spesi in consulenti. Di tutti quelli che abbiamo pagato ce ne saranno serviti 7. L’altra metà non ha lavorato male ma non sono serviti e noi non lo sapevamo. Mio padre aveva delle conoscenze per arrivare a professionisti di un certo livello, ma chi non ce l’ha questo supporto?

Mi sono trovato davanti alle intercettazioni telefoniche e ambientali alla mia famiglia con gli investigatori che nei verbali scrivevano “quelle cretine ridono”, “quelle vipere”. Gli inquirenti scrivevano così dei miei famigliari che stavano al telefono. Io mica gli ho fatto niente. Loro si sentivano sotto accusa ogni volta che noi mostravamo a tutti tutte le nefandezze che facevano durante il corso delle indagini. Mio padre che andava in tv e diceva che non era mia l’orma di scarpa rinvenuta sulla scena del crimine,  perché bastava contare i cerchi, non la faceva certo prendere bene agli inquirenti. Le persone che mi vogliono bene mi difendevano come potevano e a loro dava molto fastidio. Ma se sei sicuro di quello che stai facendo vai avanti, non ti guardi intorno”.

Ha mai pensato “oddio dal carcere non ci uscirò più”?

Pensavo mettiamo da parte la mia vita. Già dopo i primi mesi leggendo i giornali pensavo che ormai la mia vita era cambiata per sempre. Anche se mi avessero scarcerato il giorno dopo, tanto per tutti ero quel Raffaele Sollecito, quello del caso Meredith Kercher. Non il laureato in informatica. Alla fine sono riuscito a laurearmi alla triennale a Perugia e alla specialistica a Verona. Io dovevo discutere la mia tesi di laurea il 16 novembre 2007 ma mi hanno arrestato il 6 novembre 2007.

Io quel 6 novembre sono andato volontariamente dalla Polizia per testimoniare. Mi hanno tenuto per 15 ore di interrogatorio poi mi hanno arrestato. Senza avere un avvocato, senza registrazione, senza niente. Hanno leso tutti i miei diritti civili e si sono accaniti contro di me. I magistrati che sono arrivati dopo si sono lamentati dicendo: “ma lui non ha mai parlato” quando a me nessuno aveva mai chiesto niente. Ditemi quando io mi sarei rifiutato di parlare. Non mi hanno mai chiesto un esame. Nessuno ha chiesto niente, io sono stato ignorato totalmente. Mi sono rifiutato di parlare solo quando c’è stato la convalida del fermo. Il PM voleva interrogarmi e io mi avvalsi della facoltà di non rispondere, perché avevamo capito che strada stavano prendendo. Il magistrato è venuto il primo mese quando ero rinchiuso a Perugia. Io dissi di no perché volevo parlare a giudici imparziali.

Io comunque ho avuto paura. I primi mesi pensavo che avrebbero capito subito l’errore e mi avrebbero fatto uscire. Poi quando ho iniziato a vedere le notizie sempre più distorte, pregnanti di questa aura negativa. Sentire che gli inquirenti avevano delle prove fondamentali che per loro erano il Santo Graal ma invece erano infondate: un coltello da cucina prelevato dal cassetto delle posate di casa mia che risulterà poi non essere l’arma del delitto”.

Quando e’ andato in caserma volontariamente aveva un coltellino in tasca.

“Sì, era un coltellino a serramanico che tenevo in tasca da quando avevo 14 anni. Avevo a casa anche una piccola collezione. Comunque non è passata neanche una settimana e il medico legale ha detto “questo coltello a prescindere dal DNA che si poteva trovare sopra o meno, avrebbe lasciato dei segni indelebili vista la sua particolarità nella lama. Quindi non era lui”. Poi tutti i coltellini che avevo in casa erano diversi ma tutti particolari come quello. Poi dai, mi presento in Questura con l’arma del delitto? Ok sono stato un pirla, ma non ci ho pensato. Avevo vent’anni e l’abitudine da quando ne avevo 14 ad averlo sempre in tasca, dovevo discutere la tesi da lì a poco ed ero stressato. Avevo la testa da un’altra parte e quando mi hanno chiamato non ho pensato. Forse questa può  essere anche la prova della mia buona fede. Il bello è che in Questura quel giorno mi hanno sequestrato pure le scarpe perché il caso assurdo vuole che sotto alla suola c’erano dei cerchi concentrici con il disegno simile a quello lasciato sulla scena del delitto. Ma in quel periodo avevano tutti ai piedi le Nike Air. Io mi sarei presentato quindi in Questura con le scarpe e l’arma del delitto?”.

Come sono state le prime ore, i primi giorni di una lunga vicenda giudiziaria?

“L’interrogatorio è durato 15 ore, per fortuna non mi hanno picchiato perché presumo “nel rispetto di tua sorella che era Carabiniere”. Ai tempi mia sorella era tenente nell’arma e quindi mi hanno chiesto se mia sorella era carabiniere appunto. Si presuppone che la violenza non dovrebbero usarla mai ma tant’è. Loro erano talmente addestrati male, incompetenti su queste cose, con l’aggiunta poi di tutta la pressione mediatica e internazionale che stavano ricevendo, che ci hanno (lui e Amanda Knox) gettati a mare. All’inizio ci credevano alla nostra colpevolezza ma poi quando vedevano che stringendo il pugno non rimaneva più niente hanno cercato in tutti i modi di portare avanti una posizione inesistente.

Alla fine hanno trattenuto me, Amanda e Patrick Lumumba (il barista datore di lavoro di Amanda). Tre innocenti. Patrick l’avevano trattenuto perché avevano trovato l’ultimo messaggio di Amanda a lui. Amanda l’hanno poi interrogata mettendole vicino una medium che diceva di riuscire a leggere i traumi delle persone. In Questura trovi di tutto. Non le pubblicizzano ovviamente queste cose. Questa era una poliziotta, si chiama Donnino e sosteneva di essere una medium che interpretava i traumi delle persone. E sosteneva che Amanda ne avesse subito uno. Purtroppo ho letto anche di altri casi come questo e qualche volta capita.

Donnino diceva che aveva subito un grosso trauma da ragazza dovuto a un incidente. Era stata investita e si è ritrovata in ospedale con le gambe rotte e non si ricordava più cosa era successo perché il trauma era stato così forte. “Non è che tu Amanda hai subito un trauma? Cosa è successo quella notte?”. Poi riferivano ad Amanda che io dicevo che lei quella notte era andata a lavorare quando invece eravamo stati insieme. Ma io ero solo confuso. Erano i primi momenti delle investigazioni. Mi avevano tenuto 15 ore sotto interrogatorio, ero abbastanza combattivo a volermi difendere e dire la verità ma mi stavano confondendo. Mescolavano i giorni mi chiedevano cosa hai fatto quel giorno, cosa hai fatto quell’altro. Mi chiedevano di tutti gli spostamenti mescolando le cose. Non mi facevano nemmeno capire di cosa parlassero. Io facevo più o meno le stesse cose in quei giorni, stavo preparando la tesi. Se mi ripeti le stesse cose per 10 ore mi confondi”.

Cosa ricorda di quella sera?

“Di quel giorno mi ricordo che era venuta un’amica a casa perché mi aveva chiesto di fare una consegna, arrivavano delle valige da parte di sua madre. Quella sera è venuta e gli ha aperto Amanda perché era da me. Mi ricordo poi che avevo mangiato del pesce infatti poi sono state trovate le pentole e i resti di cibo. E quindi ho ricordato che era quella sera e ho ricostruito facilmente i fatti ma sul momento ero confuso. Poi con Amanda abbiamo visto “Il magico mondo di Amelie” come si è appurato poi dalla cronologia del Pc”.

Amanda la sente ancora?

“Ci sentiamo veramente poco ma sì, ogni tanto ci scriviamo. Lei ha la sua vita, fa la giornalista. Ha scelto una strada completamente diversa dalla mia. Mi fa piacere per lei. Sentirla però tira fuori anche tutto quel dolore sofferto in quegli anni e quindi non è facile”.

C’è stato un momento in cui vi siete odiati o dati la colpa a vicenda?

“No, più che altro lei in un momento ha pensato che io potessi scaricare tutta la colpa su di lei, perché avrei potuto. Ma non l’ho fatto. Perché dovrei accusare un’innocente? Mi sembrava assurdo allora e adesso”.

Come gli interventi e la pressione americana hanno influenzato il processo?

“Dall’America è partita una ondata di polemiche infinite e i giudici e inquirenti erano molto infastiditi. Anche dopo il processo dicevano “dopo le grosse pressioni della stampa e le posizioni dei paesi esteri”. Ci tenevano a sottolineare queste cose. L’Italia è stato sovrano e i giudici potevano decidere autonomamente ma in realtà parlavano tra di loro e quelli di Perugia in secondo grado hanno avuto pressioni per condannare perché nel loro collegio si era creata la necessità di condannare Amanda. Infatti uno dei giudici è stato trasferito e l’altro è stato costretto al prepensionamento, non gli davano più nessun caso e gli han fatto capire che si doveva “togliere di mezzo”. Sono state quindi più le pressioni anti americane a influenzare tutto.

E’ stata una campagna mediatica più che altro di gossip contro la figura di Amanda. Ma lei era una ragazza normale, carina, che ha avuto sei ragazzi. Una ragazza nella norma.Non aveva senso quell’attenzione morbosa su di lei”

Rudy Guede è l’unico a essere stato condannato per concorso in omicidio. E’ stato lui secondo lei?

“Sono convinto di questa cosa in base alle ricostruzioni fatte dai legali. Lui infatti passa sotto alla telecamera del parcheggio di via della Pergola prima che Meredith rientrasse in casa. Lui è entrato dalla finestra, rompendola, ha cercato contanti e oggetti di valore poi è entrato in bagno. Quando Meredith è rientrata non si è accorta che c’era qualcuno infatti si è tolta le scarpe e le ha riposte in un angolo vicino all’armadio, in ordine. Non lo fai se sei agitata o se sai che qualcuno è in casa. Rudy l’hanno beccato perché era pregiudicato per furto. Le sue tracce le hanno trovate siasulla federa del cuscino di Meredith che su di lei. L’hanno identificato perché già schedato per furti vari e l’hanno preso in Germania, ad Hannover.

Dice che non è riuscito a salvare Meredith. Lui infatti ha cercato di tamponare la ferita al collo con degli asciugamani. Il medico legale ha detto che questo non è strano. Può essere che lui abbia cercato di salvarla dopo che si è reso conto di cosa aveva fatto. Quando Meredith è rientrata lui è andato nella sua camera, ha  cercato di sopraffarla, l’ha bloccata con una mano sulla bocca e una col coltello in mano puntato al collo. Lei non riuscendo a respirare si è mossa. Lui l’ha interpretato come un moto di ribellione e il coltello gli ha reciso il collo, sotto la mandibola, facendo uscire molto sangue per la ferita profonda 4 cm. Poi l’ha colpita ancora in altri punti non vitali. Lei è morta dissanguata in 6-7 minuti se non ricordo male ciò che mi disse il medico legale.

In primo grado Rudy è stato accusato anche di violenza sessuale perché erano state ritrovate le sue tracce sul corpo. Le sue tracce sono state trovate ovunque. La cosa curiosa però è che la grossa chiazza di sperma sul cuscino trovato sotto le natiche di Meredith non è mai stato analizzato. Non si è analizzato il DNA di quella importante traccia. Perché? Se avessero trovato il DNA di un’altra persona sarebbe caduta tutta la ricostruzione, si sarebbe dovuto ripartire di nuovo con tutto. Noi (Raffaele e la difesa) l’abbiamo chiesto più e più volte di analizzare quello sperma. Ci hanno risposto che era una richiesta ridicola perché poteva essere già stato lì prima ed essere della persona che Meredith stava frequentando, che non era Rudy”.

E il suo DNA non è stato trovato?

“Il mio DNA non è stato trovato da nessuna parte. Hanno fatto risalire a mie le tracce solo sul gancetto del reggiseno, due mesi dopo. Dopo che erano state inquinate le prove. La prima volta il gancetto viene preso in mano, controllato, poi riposto a terra e fotografato. Due mesi dopo tornano e lo trovano pestato, mal ridotto, rovinato. Non contenti poi – e c’è un video dove si vedono benissimo– quelli della scientificaloprendono, lo alzano, lo guardano, se lo passano di mano in più persone, e lo posano nel sacchetto. Non mi sembra che sia la procedura corretta. Un altro video “bellissimo” vede uno della scientifica che si guarda, vede dello sporco sulla scarpa e si mette a grattarlo via su una sedia. Si fanno così le indagini?

Dalle analisi hanno trovato 5 tracce diverse, di 5 persone diverse. A seconda di come accoppi i risultati viene fuori poi un DNA invece di un altro. Non sono mai stati individuati tutti perché in realtà appartengono ai membri della scientifica”.

Quanto ci ha messo a ricostruire la sua vita?

“Lo sto facendo tutt’ora. Ci provo attraverso il mio blog e il libro che ho scritto ma sarà lunga. In tv un video di 5 minuti con due cagate raggiunge 5 milioni di persone. Io con le conferenze e la presentazione del libro raggiungo 30- 40 persone alla volta. Sarà lunga ma con questo lavoro sto cercando di ripartire e fare quello che mi piace. Ho scelto il mondo digitale perché non mi piace essere costretto, vincolato. Se voglio cambiare ufficio posso farlo. Se voglio cambiare città voglio essere in grado di poterlo fare. Una serie di cause e ragioni mi hanno portato ora a Parma e vedremo”.

 

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