Pasimafi, Volume VI: Dialbolik, i NAS e l’intercettazione zero da cui tutto ha avuto inizio

È iniziato tutto il primo di aprile del 2016. Poteva essere un pesce d’aprile, invece era l’inizio di un incubo. Cosa è stata? Un’inchiesta basata su intercettazioni modificate ad arte, accuse gratuite mistificate in nome di quel giustizialismo che rovina vite e professioni e accolte in modo acritico

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È iniziato tutto il primo di aprile del 2016. Poteva essere un pesce d’aprile, invece era l’inizio di un incubo denominato Dialbolik.

Cosa è stata? Un’inchiesta basata su intercettazioni modificate ad arte, accuse gratuite mistificate in nome di quel giustizialismo che rovina vite e professioni e accolte in modo acritico.

Come è finita? Come quelle dei “Camici Sporchi” a Modena e come la parte di Pasimafi giunta al termine a Lecco e La Spezia, sostanzialmente con l’Art. 530 comma 1 del codice di procedura penale ovvero l’assoluzione perché i fatti non sussistono.

Cosa c’entra con Pasimafi? È presto detto: oltre ad essere stata giostrata dagli stessi organi inquirenti, i NAS (Nupieri e Cosentino) e la Procura di Parma (Dott. Giuseppe Amara), da un’intercettazione in quel procedimento, la numero “zero” per Pasimafi, come il Paziente Zero di Codogno, è nato l’interesse verso Spindial e il suo amministratore, Ing. Marcello Grondelli, da cui è poi scaturita l’inchiesta Pasimafi, dilagata come il COVID-19, coinvolgendo un centinaio di persone, famiglie e vite.

Dalle cronache dell’epoca (ovviamente condizionate dal comunicato trasmesso dagli inquirenti) – Arresti e denunce in stato di libertà a Parma e Reggio Emilia con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni del servizio sanitario nazionale e al falso materiale.

Questo il bilancio dell’operazione ribattezzata ‘Dialbolik’ condotta, dalle prime ore del mattino, dai Carabinieri del NAS di Parma insieme agli uomini dell’Arma territoriale al Dialcenter di Fornovo.

Nel dettaglio, spiega una nota ancora disponibile nella sezione delle Notizie dei NAS (Link: https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_2_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=nas&id=585) , i militari hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Parma, a una misura di divieto temporaneo di esercizio della professione medica, a sette decreti di perquisizione domiciliare e a un decreto di sequestro penale preventivo.

I fatti ricostruiti con dovizia di particolari dal comandante dei NAS di Parma Angelo Balletta riguardavano un inchiesta iniziata nel 2014 e terminata nel 2015. Un’indagine dapprima svolta sui documenti, poi approfondita con l’utilizzo di strumentazione tecnica tipo intercettazioni telefoniche e di posta elettronica.

Già dai documenti si evinceva che il centro privato di Fornovo (uno dei pochi in Emilia) convenzionato con l’Asl per effettuare le dialisi, ne faceva un numero, rispetto ai pazienti in carico e agli infermieri in servizio, maggiore rispetto al classico rapporto di tre trattamenti settimanali per paziente. Le prestazioni extra, autorizzate dal medico del centro, una dottoressa residente a Reggio Emilia (interdetta dalla professione per 12 mesi), erano 413 in un quadriennio per un controvalore unitario di 144 euro ciascuna ed un totale di 60 mila euro.

Vi erano delle schede di pazienti (artefatte) che indicavano addirittura dialisi tutti i giorni quando si sa che questo tipo di cura viene somministrata a giorni alterni. Le indagini coordinate dal già noto PM Giuseppe Amara ed effettuate dai NAS hanno così portato a due arresti per associazione a delinquere e falso in materiale.

Ai domiciliari erano finiti il responsabile del centro dialisi, Gianpiero Longinotti, e l’infermiera Manuela Lavezzini, che gestiva l’attività della struttura. Il medico che autorizzava la dialisi, invece, è stato interdetto dalla professione per un anno.

Poi vi erano altri quattro indagati, persone che nel tempo hanno lavorato nella struttura che è stata perquisita insieme ad altre sei strutture dove sono state raccolte prove.

Da segnalare che i 60 mila euro di rimborsi percepiti illecitamente per le prestazioni fantasma, sono stati sequestrati sui conti della società.

Ma la verità è diversa – “Ho avuto fiducia nella giustizia, i processi si fanno in aula”. Giampiero Longinotti, responsabile del centro dialisi, lo ripete come un mantra.

Non vorrebbe parlare, cede solo a frasi spizzicate.

“Dell’arresto ricordo che era il primo aprile del 2016. Mi hanno cercato a casa, non c’ero, sono venuti a prendermi al Maria Luigia…mi hanno detto ci segua.

Erano quattro, tre molto gentili uno bassino cattivo come il veleno”.

Poi cosa è successo? “Mi hanno dato una lista di documenti che volevano, dicendomi “dichiarate dialisi fasulle”.

E io cercavo di spiegare che trattandosi di pazienti che girano in ambulanza era facilmente dimostrabile che le loro dialisi erano vere.

Poi solita trafila, strada dei mercati dai NAS, le impronte in caserma. Poi mi hanno messo ai domiciliari con un impianto accusatorio imponente”.

Le accuse verso il sig. Longinotti, sig.ra Lavezzini e altri tra medici ed infermieri erano effettivamente imponenti, rispetto al valore della ipotizzata truffa ovvero 60 mila euro in quattro anni ma degne in relazione al noto personaggio noir dei fumetti chiamato Diabolik e alla sua complice in arte, Eva Kant che sono stati utilizzati dai NAS per esporre al pubblico ludibrio i loro trofei.

In perfetto stile di un dotato e fantasioso romanziere di gialli – polizieschi, il Maresciallo Giandomenico Nupieri, che ci stà accompagnando in questa inchiesta sull’operato dei NAS, l’imponente impianto accusatorio si strutturava su capi d’imputazione che andavano dall’Associazione a delinquere, alla truffa ai danni dello Stato, al falso in atto pubblico e alle minacce richiedendo il rimborso per prestazioni sanitarie mai effettuate, falsificando cartelle cliniche sia cartacee che informatizzate, attestando falsamente la sussistenza delle condizioni per l’accreditamento e minacciando le tre infermiere che li avevano denunciati.

Le audizioni dei testimoni poi sono state travisate, ribaltate. Le intercettazioni anche. È stato montato un processo su prove indiziarie e poi si è cercato di renderlo credibile?

“Questo lo dice lei” – risponde secco. In verità lo dicono gli atti.

“È stato sentito il Professor Nefrologo di Modena, testimone dell’accusa, che ha spiegato, invece, come le dialisi extra siano la norma, in caso di pazienti con necessità particolari” – ricorda.

Lo sforzo di memoria dipinge sul volto la sofferenza di chi si chiede ancora perché una tempesta imperfetta si è abbattuta su di lui.

“Poi sono stati sentiti i NAS, che hanno rimandato tutto all’audizione del collega Nobile. L’accusa? Aver gonfiato i rimborsi per le dialisi, anche se i documenti dimostravano che era tutto regolare”.

Poi cosa è successo?

“Sono stati sentiti medici e autisti delle ambulanze, e in requisitoria sono state stornate le accuse per le dialisi fatte dai pazienti che viaggiavano in ambulanza.

L’accusa è rimasta inerente a 240 dialisi extra degli automuniti”.

Sono stati sentiti anche pazienti e parenti dei pazienti morti. Si è cercato di indurli in errore, sono stati mostrati moduli diversi da quelli utilizzati, ma le testimonianze hanno finito per dar ragione a noi imputati.”

Se le prove sono indiziarie, le accuse delle tre infermiere che hanno fatto partire le indagini senza fondamento, confuse, contraddittorie e sommarie, perché il processo è andato avanti?

“Questo non lo deve chiedere a me”.

Secondo lei la Procura si è fidata dei NAS senza fare le dovute verifiche? E perché queste accuse partire dalle tre “signore”?

“Anche questo non spetta a me dirlo”.

Ok, però c’è un’intercettazione in cui lei dice “non ho mai fatto dialisi extra”, finita trascritta in “ultimamente ne faccio poche”.

Sforzo di memoria. “Non esattamente. La trascrizione dei NAS era più o meno corretta, ma in udienza è arrivata travisata. Il giudice non aveva riascoltato e riletto, lo ha fatto dopo le mie obiezioni in udienza, dandomi ragione”.

A condurre il dibattimento per conto dell’accusa, non più il PM Giuseppe Amara che aveva chiesto ed ottenuto i provvedimenti cautelari, ma la giovane e brillante magistrato Dott.ssa Francesca Arienti che, resasi conto della inconsistenza delle prove a supporto dell’impianto accusatorio, decise, in modo irrituale, di riaprire le indagini durante il dibattimento. Le nuove prove ricercate non hanno fatto altro che confermare la correttezza dell’operato del Longinotti e dello staff del centro dialisi di Fornovo.

Nonostante ciò la Procura chiese una condanna drammatica: quattro anni e sei mesi, totalmente incoerente con le risultanze dibattimentali ma in perfetto spirito di corpo,  come se scopo delle indagini fosse non trovare giustizia, come sarebbe richiesto dall’Art. 358 del c.p.p.,  ma incrementare il pallottoliere dei possibili accusati, rovinati e massacrati.

Poi toccò a giustizia ed equilibrio del collegio giudicante composto da solo donne magistrato presiedute dalla esperta Dott.ssa Paola Artusi che nell’estendere le motivazioni a supporto della assoluzione non poteva non riconoscere che:

«Le conversazioni telefoniche captate non offrono elementi indiziari dotati della necessaria gravità, precisione e univocità, prestandosi invero a plausibili letture alternative a quella proposta dagli inquirenti.»

«Le prove orali assunte in dibattimento, ed in particolar modo le deposizioni delle infermiere denuncianti poste alla base della impostazione accusatoria, non possono ritenersi pienamente attendibili per una molteplicità di ragioni.»

« … non può sottacersi, nell’analisi delle singole deposizioni e nel raffronto tra di esse, che le dichiarazioni rese dalle infermiere su alcuni temi non appaiono sovrapponibili, mentre in altri punti sono confuse e tra loro contrastanti.»

«Le molteplici prove a discarico portate dalle difese, gli importanti chiarimenti offerti dai consulenti e gli elementi evidenziati anche dall’organo dell’accusa che ha correttamente ridimensionato le originarie contestazioni, hanno via via annichilito l’impianto accusatorio, imponendo l’esito processuale a cui il collegio è addivenuto.»

Infine: «quanto al profilo della declaratoria di estinzione dei reati, preme rimarcare che, anche laddove non fosse maturato il termine prescrizionale, di dette truffe connesse alla prospettata contraffazione delle schede dialisi non sarebbe stato possibile affermarne l’integrazione per insufficienza di prove.»

Avete sporto denuncia per calunnia contro ignoti. Ed ora?

“Ora la faremo contro le tre infermiere firmatarie della denuncia, di cui una, compagna di un poliziotto e traduttrice giurata per conto delle forze dell’ordine, è irreperibile da tempo”.

Da quanto ci risulta questa infermiera era stata “misteriosamente” impiegata dall’Ausl dopo  aver avviato, grazie alla sua denuncia, l’inchiesta Dialbolik: un posto da infermiera presso la dialisi ospedaliera di Borgo Val di Taro ma dopo il noto scandalo del 2018 delle infezioni dei pazienti in dialisi da epatite C si è dileguata.

La domanda solita che ci si pone è chi pagherà questi ingentissimi costi sostenuti dalla Procura, dai NAS per le indagini e dal Tribunale per il dibattimento? A rigor di logica chi ha calunniato causando tutto ciò.

In attesa degli sviluppi, torniamo alle intercettazioni. 

Nel novembre 2014 veniva inoltrata alla Procura della Repubblica di Parma una informativa di reato, riferita al Procedimento Penale denominato Dialbolik e sollecitata una intercettazione telefonica e telematica a carico dell’Ing. Grondelli Marcello, all’epoca amministratore delegato di Spindial S.p.A.

Veniva riferito il 13 novembre 2014 all’A.G. inquirente che Longinotti Gian Piero e Grondelli Marcello, stavano ponendo in essere, in concorso con un pubblico ufficiale, i reati di abuso di ufficio, di falsità materiale in atti pubblici e di false attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria.

Il PM Dott. Amara disponeva così la apertura del procedimento n. 7054/2014 RGNR (Pasimafi per l’appunto) e la iscrizione di Marcello Grondelli nel relativo registro per i reati di cui agli artt. 476 c.p., ovvero per l’unica ipotesi criminosa che poteva consentire la sua intercettazione telefonica che durò per 6 lunghi mesi ed con proroghe ogni 15 giorni supportate sempre da nuove ipotesi di reato.

Inutile chiarire che l’Ing. Grondelli Marcello non fu mai rinviato a giudizio nel procedimento Diabolik e forse neppure archiviato mentre occorre ricordare che è stato arrestato nel procedimento Pasimafi e che lo vedrà, dopo 4 lunghi anni, archiviato per infondatezza della notizia di reato.

Ricontattato per porgli una semplice domanda ovvero “Se non si senta un po’ perseguitato?” ha nuovamente declinato l’invito ad una prossima vita….. 

 

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