Processo Pesci, parla l’imprenditore: “Vi racconto la mia verità”

Il 48enne, accusato dello stupro di una 21enne apre la sua casa e la sua anima: “Non sono un santo, ma non farei mai del male a nessuno”

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Il volto scavato da due anni e mezzo, quasi tre, di incubo. Un incubo iniziato in una mattina di fine agosto, mentre l’estate voltava in autunno. La prigione, i domiciliari. Il nome e la foto sbattuti su tutte le prime pagine senza tregua, per mesi. 

Con un’accusa che toglie il respiro: stupro. In concorso, con il suo pusher, già condannato anche in Cassazione a cinque anni e otto mesi dopo aver scelto il rito alternativo.

Ci accoglie a casa, nell’ ”attico degli orrori”, un alloggio da giornale di home living e design, che ha parvenza di molte cose, non, sicuramente, del covo di un orco. Luminosa, spaziosa, toni chiari. 

Federico Pesci sprofonda tra il divano e la giacca blu, la spavalderia che a tratti lascia spazio alla paura. 

“io non ho stuprato nessuna, lei era consenziente” – inizia. E’ un peccato fermarlo, ma l’idea è riavvolgere i fili di una vita spezzata dall’accusa.

Chi è Federico Pesci? 

Sono nato a Parma, il 24 maggio del 1972. Mio padre è un ex dirigente Barilla in pensione, mia mamma faceva la manager in un’azienda di autotrasporti.

Classica infanzia da Parma bene. “Ho frequentato i salesiani, poi ho tentato con l’università, economia, ma ho mollato, ho scelto di lavorare. Nel mentre mi sono appassionato agli sport, quelli sulla neve e quelli in mare. Ho preso il brevetto da istruttore di sci e la patente nautica. Tutti attestati che richiedono grande disciplina, grande impegno.

Cosa vuole dire?

“Che sono una persona regolare. Se una cosa mi appassiona la porto a termine, mi ci applico. Ma a me hanno sempre affascinato le cose estreme:  in moto volevo andare più forte degli altri, se mi lanciavo col paracadute lo facevo da più in alto degli altri,  con gli sci uguale. E così via. Mi piaceva molto l’adrenalina, ma non ho mai fatto male a nessuno”.

Di lei si è sempre detto tutto e il contrario di tutto. Dal genio al dannato. 

“Parma parla, parla sempre, parla tanto. Come imprenditore ho avuto fasi alterne, momenti molto buoni, altri pessimi. Quando mi andava bene mi piaceva godermene i frutti, vivere bene. Mi sono sempre piaciute le belle donne. Ma nessuna di loro è mai stata costretta a fare qualcosa che non volesse”. 

A proposito del sesso…

“Mi è sempre piaciuto. Da ragazzino giocavo al dottore con le amichette e mi piaceva analizzare le parti intime. Sono curioso, mi piace. Non ho mai negato che mi piaccessero molto, forse troppo, le donne”.

Si chiacchiera di sue presunte pratiche bondage e di un borsone pieno di sex boys sequestrato la mattina del suo arresto. 

“Mi piaceva il lavoro mentale che porta al rapporto sessuale, mi piaceva quell’empatia che porta al desiderio. Che poi ne scaturisse un rapporto a due o più, è sempre dipeso da tanti fattori e dalla volontà dell’altra persona. Non ho mai costretto nessuna. Anche i sexy toys, a me piacciono, ma se una donna mi diceva “non voglio”, non li tiravo nemmeno fuori. Oppure lasciavo scegliere la donna, cosa e come. Sempre”.

Parliamo della “notte incriminata”? 

“Certo. Mi dica”.

No, mi dica lei.

“Un amico mi aveva raccontato di aver fatto un addio al celibato molto “carico”, in sette, con questa ragazza. Una prostituta.  Che si era dimostrata molto disponibile sessualmente. E la ho contattata su Facebook. Era un giovedì sera, classica sera in cui a Parma non c’è nulla da fare. La mia ragazza stava lavorando, io avevo la moto nuova, volevo farmi un giro. La sono andata a prendere”.

Sprofonda nel divano, come se il ricordo facesse male, pesasse su di lui e lo affondasse. 

“Quando è scesa l’ho caricata in moto”. 

Silenzio. Come se aspettasse un giudizio, che non arriva. 

“Ho deciso di portarla a fare un aperitivo. Ho scelto un bar nel Montanara, confidando di non essere riconosciuto da nessuno. Abbiamo bevuto qualche cocktail, mangiato mezza pizza, chiacchierato. Non mi sembrava una sciocca, a tratti era molto piacevole”.

Si ferma, sprofonda un altro pò.

“Mi sentivo in colpa nei confronti della mia ragazza. Ma la nostra conoscenza era così all’inizio che mi sono detto “vabbè dai Fede divertiti”. Quando la mia ragazza mi ha scritto di essere stanca e che sarebbe andata a casa sua, a quel punto ho deciso di portare la mia accompagnatrice a casa. Lei mi ha raccontato di non sentirsi poi così furba sennò non si sarebbe ridotta a fare la prostituta. Era divertente”.

Si ferma.

“Il resto dei dettagli, lo ho già raccontato tante, troppe volte. Anche in udienza, li conoscete tutti”.

Ok. Cosa ricorda dell’arresto?

Si rabbuia. 

“Uno shock. Non capivo cosa succedesse, la Polizia alla mia porta, la casa piena di agenti che cercavano e frugavano dappertutto. Mi sembrava un film terribile. Poi mi hanno portato in questura. Poi in cella, su un celerino, legato. Mi sono sentito trattato come il peggiore dei criminali, e io non capivo cosa succedeva. E perché”. 

E del periodo ai domiciliari?

Quando ero in carcere il mio nome, la mia faccia, ha fatto il giro di tutti i tg. Mi sono visto e rivisto, cercavo sempre di far cambiare canale. Si immagini come può essere stato per i miei genitori. Appena uscito dal carcere sono tornato da loro. Diciamo che ci siamo riscoperti, visto che sono uscito di casa molto presto. 

Mia mamma è una gran donna, che sorride sempre anche davanti alle avversità. Per una donna ha amministrato un’azienda di trasporti, ama occuparsi di conti, documenti bancari, interessi passivi. E’ una donna che ha precorso i tempi, ha 80 anni oggi, si è diplomata e aveva iniziato economia e commercio, poi ha lasciato perché “doveva portare a casa la pagnotta”, ma per l’epoca già il diploma era un gran risultato”.

Respira.

“Mi è stata molto vicina. Lei mi conosce meglio di chiunque altra, sa che non avrei mai fatto male a nessuno. Però è stato molto difficile…questa è una storia molto lontana da lei, dall’educazione che io ho ricevuto. 

Superare l’imbarazzo, la paura del giudizio…non è stato semplice. Mi ha chiesto se facessi certe cose da sempre, se le facessi anche con altre, con mie ex ragazze che aveva conosciuto…si è aperta una voragine sulla mia intimità”.

Silenzio. Poi riparte. 

“Ho iniziato a sciare a Campiglio perché mi portavano i miei genitori, io avevo 5- 6 anni…passavamo sempre davanti a un condominio in costruzione…lei mi diceva sempre “mi piacerebbe comprare casa li”.  Quando ho avuto i soldi lo ho fatto, ho comprato casa lì. Peccato che 15 anni dopo l’abbia dovuta vendere per questa situazione che mi ha investito. Le piacevano tanto anche i fuoristrada della Toyota…poi ne comprarono uno simile, i miei genitori. Prima o poi ne comprerò uno per lei, per rivivere quei sogni, quei momenti…”.

E suo padre?

“Lui era un dirigente Barilla, settore ricerca e sviluppo. Entrato in azienda quando erano in 200, andato in pensione quando erano quasi diecimila. Mi ha insegnato ad andare in moto, a sciare. Mi ha insegnato la passione per la natura.

Mi ha dato un rigore interno che non traspare da questa vicenda, ma ho. Amo la vita, non sono succube di nessun vizio, perché ho imparato da lui ad essere più forte dei vizi. Posso aver iniziato e poi smesso di fumare, fumato qualche canna da ragazzino, non disdegno l’alcool, ho provato la cocaina. Ma non sono succube dei vizi come sono stato descritto.

Lui ha ricevuto da mio nonno, che non ho conosciuto, una formazione molto rigida, era un militare, è morto a causa dei gas respirati in guerra. Mio padre è un uomo rigoroso, non parcheggia nemmeno in divieto di sosta, non farebbe mai nulla di non perfettamente legale. 

Credo che lui non ci voglia pensare a tutto quanto accaduto, al guaio in cui sono mi sono cacciato, seppur senza aver fatto nulla di violento…probabilmente se ci pensa gli viene voglia di darmi un calcio nel sedere (sorride).

Chi è oggi Federico Pesci?

“Un uomo distrutto. Sono sul lastrico. Ho venduto anche la casa che mio nonno aveva lasciato a mio padre, frutto di anni di lavoro e sacrifici, comprata con la pensione militare, per pagare le spese legali, processuali, e varie cose. Sono stato condannato dall’immaginario collettivo prima che dal Tribunale. 

Mio padre quasi non risponde al telefono, non esce più di casa, si vergogna. Mia madre anche…si tormenta di domande sulla mia vita sessuale, sulle mie inclinazioni, sui miei perché.

Se io faccio un figlio, si immagina… il figlio dello stupratore. Non esiste assoluzione per l’immaginario comune. Sono stato condannato prima di entrare in aula”.

Cosa direbbe al Federico di allora, cosa direbbe a Federico che sta per andare a prendere la ragazza?

“Dicono che dovremmo nascere due volte per non ripetere gli stessi errori. Ma io oggi sono una persona completamente diversa, mi direi “oh Fede, fatti un giro in moto e aspetta la tua fidanzata, poi portala a casa con te”. Non mi troverei più in situazioni del genere”.  

Come ha reagito la “Parma bene”, quella delle scuole alte e snob da cui lei proviene?

“Mi hanno voltato le spalle amici storici, persone che avevo sempre portato in palmo di mano, con cui avevo condiviso vacanze e sogni. Mi sono trovato solo, abbandonato, violentato nella dignità da persone cui volevo bene, a cui forse interessavano solo i miei soldi. Pochi, pochissimi, sono rimasti”. 

Secondo lei perché questa ragazza l’ha denunciata?

“C’è un processo in corso, preferisco non parlarne. In verità non ne ho idea”.

Nove anni di carcere, provvisionali e rimborsi altissimi. Cosa pensa di queste richieste? 

“Preferisco non commentare. Dico solo una cosa, sono innocente. Ho fatto sesso con la ragazza, ma lei non ha mai detto “basta”, non ha mai detto “no, fermati”. O altro. Eravamo fuori in piscina, sull’attico, era estate, se avesse urlato dalle finestre aperte l’avrebbero sentita. Anzi, mi ha detto di essere stata benissimo. Voleva fermarsi a dormire da me. Sono innocente”. 

Crede nalla giustizia?

“Me lo chieda a fine processo. Sono innocente”.

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