Sopravvissuta al dolore, vittima dell’ingiustizia: la storia di Lucia Panigalli

Nell'incontro organizzato da Oltre il Ponte, il giudice Livio Cancelliere parla di certezza della pena nei processi con rito abbreviato per omicidio

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Lo Stato dov’è quando le vittime di violenza vedono libero il loro carnefice? Anche quando la condanna c’è, si possono godere di consistenti sconti della pena. L’omicidio diviene così reato come gli altri? Dove finisce la certezza della pena?

Se lo domandano Lucia Panigalli, vittima di due tentati omicidi da parte dell’ex compagno, “miracolata due volte”; e Livio Cancelliere, avvocato e giudice onorario del Tribunale di Parma, che ora teme per la sua incolumità dopo essersi battuto per la giustizia di sua sorella Stefania, uccisa dal compagno e padre dei suoi figli, un medico che le ha inflitto 80 colpi di martello e che ha scontato i primi tre anni in una clinica in cui lavorava; poi i domiciliari, che sono stati tuttavia revocati grazie alla lotta del fratello e avvocato della vittima. Anche Lucia teme ancora per la sua vita. Neanche con l’uomo dietro alle sbarre le è garantita pace. Le loro testimonianze sono state ascoltate in un delicato focus-dibattito sulla violenza di genere, organizzato il 10 novembre dall’associazione Oltre il Ponte nella sede dei Missionari Saveriani dal titolo “Il futuro ci ha portato qui”. Ma qual’è il futuro per queste vittime? Superata la sofferenza, resta il senso di ingiustizia.

L’evento, organizzato con il patrocinio di O.P.P. (Osservatorio Psicologi Parmensi) ha visto la partecipazione anche di Luisa Seletti, Pediatra e psicoterapeuta della famiglia ASL Reggio Emilia; Ilaria De Amicis, Psicologa, psicoterapeuta e sessuologa; Franca Capotosto, Psicologa e psicoterapeuta E.D.M.R. Italia; Maria Rosaria Nicoletti, Avvocato del Foro di Parma; Carla Verrotti, Responsabile UO Salute Donna, Distretto Parma, AUSL Parma; Jody Libanti, AUSL Parma – Centro L.D.V. Ha moderato il dibattito Sandro Capatti, Presidente dell’Associazione Oltre il Ponte Parma.

SOPRAVVISSUTA DUE VOLTE ALLA FOLLIA DI UN UOMO, LUCIA PANIGALLI- “Ero una compagna occasionale. – racconta Lucia che ha deciso di “metterci la faccia” e raccontare la sua storia – Con Mauro siamo stati insieme un anno e mezzo, tra diversi tira e molla, non posso definirla una relazione stabile. L’ho conosciuto quando avevo 50 anni, lui era un agricoltore diretto di successo, una persona distinta e dai modi educati. Ci siamo mollati 4 o 5 volte perchè non andavamo d’accordo ma non ha mai mostrato comportamenti che mi potessero far sospettare qualcosa. Era un uomo all’apparenza integerrimo, realizzato sul lavoro, una persona affidabile. Una persona che se fosse riuscito ad uccidermi, nessuno avrebbe creduto fosse stato lui, per come si era organizzato: guanti di lattice, volto camuffato e coperto dal buio. La prima volta che attentò alla mia vita era nel 2010, mi ha aspettato una notte sotto casa armato di coltello. Mi ha accoltellato due volte. Ma io sono riuscita a salvarmi perchè dopo il secondo colpo, proabilmente per un intervento divino, si è spezzata la lama dall’impugnatura. Ha continuato a provare di uccidermi, però, a calci in testa. Quando sono caduta a terra mi ha colpita diverse volte. Mi sono salvata perchè mio figlio ha sentito le urla, ha aperto la porta di casa e lui è scappato. Nonostante avesse il passamontagna sono riuscita con una manata a levarglielo e ho visto che era lui”.

Una volta partita la macchina della giustizia “ci sono voluti 5 anni e 5 processi per vederlo in carcere. Ha fatto 5 anni libero. Nel primo processo è stato condannato a 9 anni e 4 mesi, poi in appello la pena è stata ridotta da tentato omicidio a lesioni aggravate per 3 anni e 4 mesi, la Cassazione ha rimandato indietro il tutto. La Corte d’Appello ha riconfermato la prima condanna a 8 anni e 4 mesi e poi la Cassazione ha confermato definitivamente. Quindi lui dopo 5 anni e 5 processi è stato messo in prigione. Ma dopo un anno che era in carcere ha riprovato a organizzare il mio omicidio. Tramite il suo compagno di cella, un bulgaro. Anche lì sono stata miracolata, perchè se questo bulgaro invece di essere solo un balordo fosse stato veramente un professionista, io adesso non sarei qui. Questa persona probabilmente valutando i pro e i contro di questa situazione ha ritenuto che non fosse il caso di eseguire il delitto. In realtà lui si è intascato i soldi e poi è andato dal magistrato di sorveglianza e ha cercato di barattare le informazioni in suo possesso per benefici alla sua detenzione. Quindi il magistrato è venuto a conoscenza di questo attentato ed è stato bloccato. E’ chiaro che questa persona che mi vuole uccidere non sta bene. Non si può organizzare un omicidio pagando un killer con un assegno circolare. La mia morte valeva per lui 75mila euro: tra beni e liquidità, gli ha intestato macchinari agricoli, la macchina nuova e 25 mila euro con assegno circolare. Tutti passaggi tracciabili e che portano a lui. Quello che mi preoccupa adesso è che lui ha dimostrato chiaramente di non stare bene. Quindi quando mi dicono stai tranquilla che quando uscirà, nel 2020, non ti farà niente. Beh io non ho niente che mi possa garantire questa sicurezza”.

“La ciliegina sulla torta è stata tuttavia nel processo per il secondo tentativo di omicidio. Lui è stato assolto in virtù dell’articolo 115 del codice penale: due persone che si accordano per commetere un delitto, che tuttavia non viene portato a termine, non sono perseguibili. Quello che a me ha massacrato di dolore è il fatto che lui non avesse solamente un’accordo verbale, non erano chiacchiere in un bar. Io lo dico sempre, lui era in cella che si girava i pollici e aspettava di sentire la notizia al telegiornale: donna uccisa durante una rapina in villa finita male. Ha pagato, ce ne sono le prove. Ed è stato assolto. Ora io mi batto per far si che questo articolo del codice penale venga modificato. In un caso del genere non doveva essere applicato. La Procura ha istituito questo processo. La Procura avrebbe dovuto sapere che esisteva questo articolo. Mi hanno fatto spendere 15 mila euro in avvocati per sentirmi dire che quel reato non è punibile? Io sono molto più arrabbiata con lo Stato che con lui. Lui non sta bene, l’abbiamo capito e sarà la mia croce per sempre. Ma lo Stato? Quanto è costato questo processo allo Stato? Assolto perchè il reato non è previsto dalla legge? E’ surreale. Lui cosa ha capito da questa situazione? Già non sta bene, poi è stato anche assolto. Lui ha fatto di tutto anche per ritardare questa sentenza. Nel processo di appello ha finto addirittura un infarto che ha rimandato l’udienza di 5 mesi. Il Pm aveva chiesto 12 anni. Il giudice avrebbe avuto margine quindi per condannarlo. Ma a quanto pare il giudice, donna, non ha ritenuto di correre il rischio”.

Ho pensato molto a quali possano essere state le mie colpe. Non mi sento esente da colpe ma per qualsiasi cosa tu possa aver fatto ad un uomo, niente merita questo. Io ho sbagliato nel non dare peso a quei piccoli dettagli. Se conoscessi adesso un uomo con quel tipo di comportamento sicuramente sarei allertata, ma allora non avevo mai avuto a che fare con una cosa del genere. Io sono stata sempre molto rispettata nelle mie relazioni precedenti. E’ stato devastante per me, ho passato anni a chiedermi, ‘perchè proprio io?’. Mi sento una perosna così corretta. Quando ci siamo mollati c’è stato assoluto rispetto, non ci sono state corna o insulti. La storia era finita perchè non andava. Lui era più giovane di 5 anni, un bellissimo uomo che le donne si giravano a guardarlo quando era con me. Un uomo rispettato e realizzato, con un patrimonio. E lui ha rovinato per una relazione sentimentale la sua vita, ma soprattutto ha rovinato la mia di vita. Non mi darò mai pace”.

Quali le cause che hanno portato a questa reazione violenta? “Aveva difficoltà a gestire la rabbia. Ci si lasciava, ci si rivedeva e tutte le volte mi diceva, ‘Ho capito di cosa hai bisogno, mi dispiace. Ho sbagliato. Dammi un’altra possibilità’. E una donna sola è vulnerabile, c’è poco da fare. La solitudine è una cattiva consigliera. Poi lui si presentava con delle credenziali veramente importanti. L’ultima volta però io ho detto basta. ‘Mauro io non ne posso più sono stanca’. Lui mi ha risposto, ‘hai ragione, anch’io sono stanco’. Per me era definitiva. Lui invece pensava di ripetere il giochetto. Ma quando è tornato e ha capito che per me era finita, lui non ha saputo gestire la fine del gioco. E lì probabilmente si è scatenato qualcosa che lui probabilmente portava con sè. Tutti possono reagire in modo passionale, reazioni forti e inconsulte, ma arrivare a reagire in modo così esagerato e pianificato vuol dire avere il seme di qualcosa di sbagliato. Ma lui non è pazzo, nessuno ha chiesto l’infermità mentale. Lui è capacissimo di intendere e volere”.

LIVIO CANCELLIERE, “ESISTE ANCORA LA CERTEZZA DELLA PENA?”- “La durata durata media di una pena, secondo studi di settore, è di 12 anni. – spiega il giudice coivolto in prima persona come vittima collaterale in una storia di violenza di genere – Come si arriva a una pena così bassa a fronte di un reato così grave? C’è un potere discrezionale dei giudici altissimo. E’ possibile per l’imputato, anche di omicidio, godere del rito abbreviato che riduce la pena di un terzo. In Senato si è discusso lo scorso 5 novembre di questa situazione, si è parlato di togliere la formula rito abbreviato per i reati di omicidio”.

Nel dettaglio, “se già il giudice riduce di un terzo della pena, il carcerato gode poi di benefici e premi per buona condotta, ogni anno così si riduce a 7 mesi. Quindi un imputato per omicidio può scontare se va tutto bene solo 10 anni di detenzione. Inoltre può anche essere assolto perchè ritenuto in quel momento, e quel momento solo, incapace di intendere e volere, il cosidetto corto circuito mentale, momentaneo. Se dopo pochi anni, a fronte di un reato così grave, l’omicida torna in libertà io penso ci sia un problema di sicurezza nei confronti di chi rimane. Non c’è proporzione tra la pena e il reato. Non c’è pensiero per le vitime collaterali di questo delitto. C’è un lavoro che va fatto a monte per contrastare la violenza di genere”.

Strumenti come la denuncia per stalking, nel caso della sorella del giudice Cancelliere, Stefania, avrebbero potuto salvare la vittima se avessero un peso specifico maggiore nella nostra società. Lei aveva sporto denuncia per stalking contro il compagno medico Roberto Colombo, ma non è bastato. L’uomo ora sta scontando una condanna di 17 anni, ottenuta col rito abbreviato, che non valgono tuttavia solo per l’omicidio: è infatti la somma delle aggravanti per la condanna di falso e di stalking. I primi tre anni di detenzione, inoltre, l’imputato li ha trascorsi in una clinica dove lui stesso ha lavorato. Per lui si prospettavano poi i domiciliari ma alla misura troppo leggera si è opposto l’avvocato e fratello della donna, facendo partire anche una petizione online per chiedere la carcerazione. Ora il medico accusato di omicidio si trova al carcere di Bollate, un carcere ‘virtuoso’ in cui si possono svolgere anche corsi di equitazione.

Quello che colpisce è il divario tra la pena effettiva e la pena inflitta dal giudice, ci sono le attenuanti genriche su cui si può giocare. Rito abbreviato, premi e permessi per i detenuti. La pena inflitta diviene irrisoria e tutto questo a discapito della certezza della pena. Lo diceva Beccaria. E noi ancora oggi stiamo a parlare della funzione riabilitativa della pena. Il tema non solo è attuale ma anche irrisolto. La condanna deve essere efficace, anche se breve” conclude il giudice Canceliere.

(Arianna Belloli)

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