Rischiò la vita per un incendio nella casa della comunità. L’appello di Nabil: “Scusate, ora vorrei ricominciare ma sono in un limbo giudiziario”

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L’appello di Nabil è rivolto alle autorità. Costretto in un limbo giudiziario chiede un diritto, il diritto di ricominciare.

Nabil ha 44 anni, è nato in Tunisia e si è trasferito a Parma quando aveva 17 anni. Si è sposato con una donna italiana da cui ha avuto un figlio, ora 21enne. Un figlio che ha conosciuto poco. Un rapporto tenuto a distanza dalle sbarre del carcere di via Burla e dal divorzio con la madre che ha portato il ragazzo a Piacenza.

Una vita difficile quella di Nabil, fatta di sbagli, droga e spaccio che l’ha condotto in carcere quattro volte e infine in una casa di lavoro a Castelnuovo Emilia. Finito di scontare il conto con la giustizia, nel dicembre del 2015, è stato libero di andare, ma solo se dietro c’era qualcuno pronto ad ospitarlo, a garantire per lui. Grazie agli assistenti del Sert l’uomo ha conosciuto la comunità San Cristoforo di Don Cocconi che aiuta disperati e bisognosi attraverso progetti di lavoro, accompagnameno, vitto e alloggio. Una casa, una famiglia che ha accolto Nabil nel suo momento più buio.

Grazie a Don Cocconi ha la possibilità di fare lavoretti vari e alloggiare in un appartamento in via Monte Penna, vicino al parco della Cittadella. Qui vive il suo ergastolo bianco, in gergo carcerario è così che si definisce quando un detenuto, una volta scarcerato, non può lasciare la città perché deve dimostrare allo Stato il risultato della sua riabilitazione, di non essere più un pericolo per la società.

Non può quindi raggiungere i suoi cari, non può andare a trovare il figlio o i parenti in Spagna. Ma può lavorare, ripagare l’ospitalità. Questo fin quando non arriva il momento di rinnovare il permesso di soggiorno. Anche se residente a Parma da 27 anni l’uomo si vede arrivare il rifiuto dalle autorità. Bloccato nel limbo giudiziario, ha chiesto spiegazioni che non ha ricevuto. O che non vuole raccontare.

E se già la sua vita non era in discesa, ora si trova davanti un muro. Caduto nel buio della depressione Nabil non si ricorda cosa gli sia passato per la mente quando nel pomeriggio del 16 agosto del 2016 ha tentato il gesto estremo appiccando il fuoco nell’appartamento che divideva con il coinquilino.

L’incendio, alimentato dal gas, è scoppiato nella casa avvolgento completamente il corpo dell’uomo. Il fuoco si è riversato sulla pelle sciogliendola. Nabil è salvo solo grazie ad Antonio, il coinquilino che l’ha tirato fuori dall’inferno portandolo in spalla fuori dalla casa.

Il 44enne si salva ma resta in coma un mese ed è poi costretto al ricovero in Ospedale per altri nove mesi. Riporta ustioni di secondo e terzo grado, danni irriparabili agli occhi. Viene operato due volte ai piedi per riscire a farlo tornare a camminare. Incontabili e dolorosi gli interventi alla pelle. Nel maggio del 2017 viene dimesso ma il suo corpo resterà per sempre martoriato dai solchi, come se la lava si fosse scavata la strada memore incancellabile del passato.

Lo incontriamo perché vuole ringraziare la comunità, i medici e le persone che gli sono state vicine. Ci dice sottovoce grazie, protetto dagli occhiali da sole e da una timidezza reverenziale.

Salve Nabil, come sta?

“Meglio, anche se continuo a fare le cure e non posso lavorare. Ho un problema agli occhi, per questo indosso gli occhiali. Mi da fastidio anche la minima luce. I medici hanno fatto il possibile ma alcuni movimenti non li posso fare”.

Quindi cosa fa adesso se non può lavorare?

“Niente (sorride amaramente) sto a casa: mi sveglio, faccio un giro in centro, vado in moschea, prego, torno a casa. Faccio dei colloqui di lavoro, se ci sono”.

Cosa vorrebbe ora? Di cosa ha bisogno per ricomiciare?

“Vorrei che le autorità venissero a conoscenza della mia storia. Perché a me adesso il giudice ha dato l’espulsione anche se vivo in Italia da 27 anni. Io mi sento italiano, sono 19 anni che non vedo neanche la Tunisia e farei fatica a tornare, non avrei nessuno.

Senza i miei documenti in Italia non posso chiedere l’invalidità. Non potrò neanche continuare le mie cure. Vorrei che qualcuno venisse a conoscenza della mia situazione e mi permettesse di avere questo diritto.

Ringrazio la comunità di San Cristoforo per avermi aiutato, per non avermi abbandonato. Ora vorrei solo poter ricominciare veramente”.

Chi le paga le cure adesso?

“Per adesso ho l’esenzione ma se non mi rinnovano il permesso di soggiorno non so come farò”.

Perché non vogliono rinnovarle il permesso di soggiorno?

“Non lo so, perché non vogliono mettersi d’accordo tra Magistratura e ufficio stranieri. Il giudice mi ha dato questa misura perché ha visto la procedura di espulsione ma non può applicarla perché sono padre di un cittadino italiano e quindi ha deciso per la libertà vigilata”.

Torniamo all’anno scorso. Era un periodo che aveva tanti problemi. Cosa è successo quando ha deciso di dare fuoco all’appartamento?

“Avevo problemi di soldi, lavoro, famiglia. Tutto (sorride, per un attimo).

Non mi ricordo cosa è successo in quel momento. Ero in camera mia e poi il vuoto. Mi ricordo solo che qualcuno mi stava tagliando via i pantaloncini corti da addosso con una forbice”.

Quando è arrivato il 118. Chi ha dato l’allarme?

“Il mio coinquilino, che mi ha salvato la vita e che ringrazio ancora. Poi mi hanno portato in ospedale ma sono stato incosciente per tanto tempo”.

Cosa le hanno detto i medici quando si è risvegliato?

“Che era grave, che piano piano mi sarei ripreso ma che non sarei mai tornato come prima. In quel lungo periodo in ospedale mi sono venute a trovare tante persone, della comunità, Don Umberto, i miei famigliari, mio figlio, la mia ex moglie. Mi ha permesso anche di riavvicinarmi un po’ a mio figlio anche se è difficile essendo stati così lontani e separati quando è cresciuto”.

E’ più tornato in quella casa?

“No, no. Non voglio più rivederla ne passarci vicino. Ora sto in un altro appartamento della comunità San Cristoforo in centro. Mi fa male solo l’idea di poter tornare in quella casa. Voglio chiedere ancora scusa per quello che ho fatto, a tutti. Mi dispiace veramente.

Ho perso tutto in quella stanza, tutto quello che avevo. Ora indosso i vestiti che mi ha regalato mio figlio”.

Ci indica una giacca giovanile di un nero opaco, un po’ da “bomber” si direbbe, dei jeans strappati alle ginocchia e delle scarpe Adidas consunte.

Suo figlio, lo vede spesso ora? Cosa le ha detto?

“Ogni tanto viene a trovarmi ma lavora e non ha tanti giorni di riposo. Non abbiamo un grande rapporto, siamo stati separati troppi anni e adesso sto cercando di recuperare piano piano”.

Nabil si stringe le mani. Mostra i segni del fuoco.

Le fanno ancora male le ferite?

”Sì, prude”.

Si alza, chiede se può sollevarsi la maglietta. Pian piano che la pelle si mostra si vedono le cicatrici profondissime, la pelle sottile come la carta velina, bianca e fragile, i segni rossi e viola che disegnano strade come su una mappa. Solleva le maniche e i bordi dei pantaloni. I segni sono dappertutto. Anche in fronte, dove la barba e gli occhiali non impediscono lo sguardo.

“Hanno fatto un gran lavoro i medici, ma vedere tutti i giorni un corpo ridotto così fa male”.

Tira fuori il telefono, cerca delle foto nella galleria. Ce le mostra. E’ lui, da giovane, vestito da sposo vicino alla sua neo moglie nel classico vestito bianco con velo. Belli e sorridenti.

L’anno scorso ha vissuto il momento più buio che una persona possa affrontare nella vita. Ora dov’è, nel buio o nella luce?

“Sono in un limbo. Finché non si sblocca la mia situazione giudiziaria io vedo ancora buio”.

Il conciliabolo si conclude con l’arrivo di Don Cocconi nell’ufficio. L’uomo che ha deciso di non voltare le spalle a Nabil, anche se ha danneggiato gravemente la casa della comunità di San Cristoforo, ci tiene a ringraziare tutto il personale medico sanitario “che con professionalità si è adoperato perché il ragazzo non soffrisse durante le cure”.

Don, lei ha riaccolto a braccia aperte Nabil sin da dopo l’incidente. Ma ora che ne sarà di lui?

“Le persone mi si avvicinavano e mi dicevano – Ma non lo riaccoglierai di nuovo? – E io invece sì, noi una persona in questa situazione la ospitiamo di sicuro. Non si può rispondere alla sofferenza con l’esclusione, anzi. Soprattutto in un momento come quello che ha passato lui, quello in cui aveva più bisogno di vicinanza e di una famiglia. Avevamo il dovere di accoglierlo e accompagnarlo. Nella tragedia e il dramma che è successo c’è stato però la bellezza del ritrovamento di un figlio di cui sia io che Nabil siamo grati.

Il futuro si vedrà nella speranza che si possa sbloccare questa situazione giudiziaria”.

(AriBe)

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