INTERVISTA- Stupro di gruppo al Raf, parla Claudia: “La mia vita, fermata quella notte. Poi al processo. Riparto da me, per non darla vinta a loro”

0

Per tutti è Claudia, e continueremo a chiamarla così, a difesa di una privacy e una dignità che nemmeno una squallida violenza di gruppo le ha portato via.

Claudia aveva solo 18 anni, il 12 settembre di sette anni fa. Aveva appuntamento con un ragazzo che le piaceva per passarci la notte, sognare un amore. Ma lui con premeditazione l’ha portata al Raf, collettivo antifascista con sede in via Testi, stuprata con un gruppetto di amici e poi filmata. Poi per anni minacce e offese hanno fatto da contorno al tentativo di dimenticare.

Alla voluta rinuncia alla denuncia – per non essere oggetto di storie da copertina- ha rimediato il destino. Una bomba a carta esplosa davanti alla sede di Casa Pound di cui sono stati accusati i ragazzi del Raf ha spinto i Carabinieri di Parma a convocare Claudia. E lei, con un filo di voce, ha raccontato perché non li frequenta più.

Ha raccontato quella notte, di cui gli inquirenti avevano notizie, voci sommesse di un gruppo omertoso e silente, ma non prove. E’ partita la denuncia d’ufficio, sono partite le indagini. Poi il processo, e quel giorno la vita di Claudia è finita di nuovo. Fino alle 22 di venerdì 14 luglio 2017, quando una sentenza ha chiuso le sbarre delle celle dietro ai suoi tre aguzzini, Francesco Concari e Francesco Cavalca, parmigiani, e Valerio Pucci, romano.

Francesco Cavalca

Il giorno successivo Claudia accetta di raccontare il suo dramma, i suoi ultimi sette anni. All’inferno, e ritorno.

 

Partiamo dalla fine. Come ti senti dopo la sentenza di condanna?

“La prima cosa che ho fatto è stata scoppiare in lacrime. E’ la fine di un incubo. Qualsiasi pena avessero comminato sarebbe stato troppo poco, rispetto a quanto ho subito io. Ma va bene così, il pm aveva chiesto nove anni, il mio avvocato mi aveva detto che ne avrebbero scontati meno. Non ci sarebbe stata comunque giustizia, ma temevo sarebbero stati assolti. Mi sono tolta un peso, ricomincia la mia vita”.

Come hai vissuto il processo?

“Mi è stato detto di tutto, era come fossi io la colpevole. Ieri, prima della sentenza, gli avvocati della controparte hanno proiettato per tre ore le immagini dei video. Mi hanno violentato di nuovo, cercando di dimostrare che ero sveglia, addirittura consenziente, che avevo preso dei soldi per permettere ad uno dei tre di vivere la sua “prima volta”.

Hanno mostrato e rimostrato frame, immagini. Contestato che un mio braccio, ad un certo punto, fosse spostato, come se io fossi sveglia.

Sono stata tredici ore in aula, a sentirmi offendere da avvocatesse donna, a sentirmi accusare di essere stata consenziente, disponibile, di fare tutto questo per chissà quale ragione. Avrei voluto offenderle, al termine dell’udienza, durata 13 ore, mi sono limitata a dire a una di loro: “Siete la vergogna del genere femminile”. Ma lei se ne è andata ridendo.

Ed ora?

“Ora rido io. Mi spiace non aver visto le loro facce, c’era solo Concari, ma se ne è andato prima della lettura della sentenza. Avrei voluto vederli in faccia tutti e tre, e ridere di loro. Non pensavo di farcela, tante volte ho pensato di farla finita, o di impazzire, di non reggere: mi ha dato forza la volontà di non darla loro vinta. Il processo è stato una seconda violenza, ma è finita.

E’ finita con una condanna che non mi ridà la mia adolescenza, la mia vita. Mandarli in carcere non mi ridarà mai ciò che mi hanno portato via”.

Cosa ricordi di quella sera? 

“A me piaceva Francesco Concari, avevo appuntamento con lui. Dovevamo andare a una festa e poi passare la notte insieme. Ma lui con una scusa mi ha portato al Raf. Mi hanno fatto bere, dato non so cosa. Poi non ho ricordi, quello che è successo lo ho rivisto nel video”.

Francesco Concari

I primi ricordi che hai?

“Mi sono svegliata a terra, tutta sporca. Ho capito cosa doveva essere successo. Ero sola. Stordita. Mi sono pulita, guardata intorno, non ricordavo dove ero, in che città. Sono uscita dal Raf, a chiesto a dei passanti, ero molto confusa, non so tutt’ora cosa mi avessero dato”.

 Non denunciare. Perchè?

“Non immaginavo ne uscisse un tale richiamo mediatico, ma qualcosa immaginavo, e non volevo. Pensavo che non parlarne, il fatto che nessuno ne sapesse nulla, mi avrebbe aiutato a dimenticare. Non so se fosse giusto o sbagliato, ma ho scelto così. Poi, nel 2013, una bomba carta esplosa davanti a Casa Pound ha spinto i Carabinieri di Parma a convocarmi. Io credo sapessero già tutto, e sono crollata. Ho raccontato cosa era successo, ho detto che non volevo denunciare, ma è partita la denuncia d’ufficio. E le indagini”.

E con essa le minacce…

“Quotidiane, fino a qualche settimana fa. Da “taci infame” ad “amica degli sbirri”. Per non dire il resto…. Sono gruppi molto stretti tra loro, coesi. Mi sono sentita dire “loro sono miei amici li difenderei anche se ammazzassero” e “infame hai denunciato dei compagni”. Loro sono tanti, e legatissimi. Non è un discorso di torto o ragione, ma di legami quasi di sangue.

Mi hanno preso a schiaffi e pugni. Mi hanno fatto sentire colpevole. La mia vita si è fermata due volte, quella notte, poi quando è iniziato il processo. Ma per loro è colpa mia. Me li immagino a dire: “Quella str…. ha mandato in carcere i nostri compagni”.

Pentita di aver raccontato?

“No, non lo so…forse ora che è finito il processo posso ripartire davvero. Ma è stato un circo mediatico pazzesco, la mia vita è rimasta appesa. Non avevo detto nulla agli amici, alle persone per evitare sguardi, commenti. Con i miei genitori ho un rapporto così…loro lo hanno capito solo dai giornali. Ma ho avuto tanti amici, e tante persone conosciute durante il processo, che mi sono state vicine, mi hanno dato forza”.

Ad esempio il blog “Abbatti il muro” e le Romantix Punk, con una denuncia che ha tenuto alta l’attenzione sul tuo processo…

“La promotrice è un’amica. Ma di solidarietà ne ho ricevuto veramente tantissima, a dispetto dei gruppi che difendono i miei carnefici”.

Da cosa ripartirai?

“Dalle lacrime. Piango dalla lettura della sentenza. Convivevo, lavoravo prima che iniziasse il processo. Poi sono finita in un vortice di sospensione, c’erano tre udienze all’anno, ma la mia vita era sospesa tra una e l’altra.

Ora mi sento ancora frullata, ma voglio ripartire.

Penso che me ne andrò, lontano, per ripartire da me. Me lo devo. Lo devo ai miei 25 anni. Lo devo a me stessa, per non darla vinta a loro”.

Che pagheranno, anche se non sarà mai abbastanza.

(Francesca Devincenzi)

 

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO